
I Greci: riscopritori di una sapienza antichissima.
La visione più
fondata, quando si parla del mito greco, è quella che
pone l’accento sulla unità del flusso mitografico e
mitologico nell’area mesopotamico-mediterranea.
Erodoto ne è
consapevole, quando scrive che «quasi tutte le
denominazioni degli dei vennero in Grecia dall’Egitto» (II,
50). E precisa che solo pochi nomi (Posidone,
Themis, Dioscuri,
Era, Nereidi, Cariti e pochi
altri) fanno eccezione: ma, secondo la tradizione egizia
cui Erodoto presta fede, anche tali nomi trassero i
Greci dall’esterno, in particolare dai «Pelasgi».
Su tale provenienza, che rinvia ad una unità culturale
mediterranea, Erodoto si sofferma a lungo. Né gli è
ignota la tradizione relativa ai viaggi «d’istruzione»
in Egitto compiuti da grandi figure della grecità
arcaica quale Ecateo.
Nesso di «apprendistato» nei confronti dell’antico
Egitto che Platone enfatizzerà nel Crizia indicando in
Solone un tramite illustre, e approdando alla celebre
formulazione secondo cui i Greci sarebbero stati i
«fanciulli» del mondo mediterraneo, riscopritori recenti
di una sapienza antichissima.
Nei primi libri di
Diodoro di Sicilia, il quale scriveva al tempo di
Cesare, tale filiazione dall’Egitto trova una
sistemazione quasi manualistica. Ed è notevole come
secoli più tardi esponenti del pensiero cristiano si
siano appropriati di questo luogo comune bene attestato
nella cultura greca per capovolgerlo polemicamente e
presentare i Greci (cioè i rappresentanti per eccellenza
della cultura pagana) come plagiari rispetto a più
autorevoli e più antiche culture. Accusa che fa un certo
effetto da parte di chi così largamente risentiva
dell’eredità greca e orientale come, per l’appunto, il
cristianesimo.
La mitologia
cristiana, dunque, nel suo denso e alquanto confuso
tessuto sincretistico, chiude il cerchio di questa
storia di una religiosità di lunghissima durata
incominciata molto prima dei Greci, e ramificatasi poi
in moltissimi rivoli, eresie ed islamismo inclusi.
Collocare dunque i
Greci come un «inizio» è operazione moderna, che ha una
salda tradizione alle spalle ma che va intesa per
l’appunto come una proiezione moderna, come il risultato
dell’«idea di passato» che i moderni occidentali hanno
costruito (e che rischiano talvolta di dimenticare
frastornati da un’idea banale e incolta di modernità).
Ben scrive dunque Giulio Guidorizzi nell’Introduzione a
Il mito greco (vol. I,
Meridiani Mondadori, pp. 1.526, 55): «I miti greci hanno
un carattere archetipico, perché presentano nella loro
essenzialità gli elementi originari del racconto sacro»:
purché sia chiaro che quello è, per dirla alla maniera
degli scolastici, un inizio per noi piuttosto che un
inizio in sé. A ragion veduta, poi, Guidorizzi delinea
la continuità pagano-cristiana quando osserva che
«malgrado tutto i miti greci restano vivi sotto la
superficie (...) pronti a manifestarsi appena qualcuno
li cerca».
Egli lo dice in senso
soprattutto estetico-emotivo e letterario, ma si
potrebbe integrare tale intuizione in termini più
propriamente storico-religiosi tenendo d’occhio il
fenomeno della continuità ed il principio non
contraddetto secondo cui soprattutto nel mondo delle
religioni e delle credenze, che coinvolgono masse
sterminate di persone, nulla è totalmente nuovo. Vi è
però una peculiarità della religione greca ed è
l’assenza dell’«unico libro» cui attingere «la verità».
Assenza salvifica perché ha reso possibile la grande
libertà con cui il patrimonio mitico è stato trattato
per esempio dal teatro tragico ateniese.
L’assenza di una
casta di scribi o di sacerdoti-teologi gravata del
compito di tutelare l’ortodossia ha contribuito a
rendere meno vincolante quel patrimonio. Una conseguenza
di ciò è anche il fatto che, nel mondo greco, non accade
che sia solo un determinato genere di testi a trattare
del mito. Ed è probabilmente in ciò la causa del
fenomeno più interessante: tra i moderni la religione
greca non attrae soltanto gli specialisti di tradizioni
religiose ma anche studiosi lontanissimi da tale bisogno
mentale. Il che non accade sempre nel caso delle altre
tradizioni. Una situazione del genere «avvicina» gli dei
agli uomini. Li avvicina non solo dal punto di vista
dell’interventismo continuo degli dei nelle cose umane
(si pensi alla cura ad personam che gli dei omerici
riservano a questo o a quell’altro «combattente» di
grido: invece si disinteressano delle masse...), ma
anche dal punto di vista delle loro vicissitudini e dei
loro comportamenti in quanto dei.
Fu una bella trovata
quella di Marcel Detienne e Giulia Sissa di dedicare un
libro (edito da Laterza, in Italia) alla «vita
quotidiana degli dei greci».
Agli dei greci può
succedere infatti di ricevere una ferita se si
immischiano troppo in una battaglia tra esseri umani. È
il caso della divina Afrodite,
madre ansiosa di Enea, la quale
accorre a difenderlo dal brutale Diomede e da costui
viene malmenata e ferita ai polsi, nel quinto libro
dell’Iliade. Per non parlare delle risse, passioni,
sofferenze, stanchezze di cui questi dei sono partecipi,
pur immortali. Nel libro XV dell’Iliade,
Iris, messaggera di
Zeus, si reca da Posidone per
trasmettergli l’ordine perentorio di Zeus di non
intervenire attivamente a favore degli Achei. «Se non
darai retta al comando - gli dice - verrà lui a
combatterti quaggiù». Posidone, furibondo, rievoca che
le tre parti del mondo erano state tirate a sorte tra i
tre figli di Crono, e
a lui era toccato «il mare canuto», a Zeus «il
cielo fra le nuvole e l’etere», mentre la terra
doveva essere «comune». Dunque qui Zeus sta
forzando la mano, ma Posidone, pur mentre si sottomette,
dichiara che nel cuore gli sta entrando «dolore
tremendo» e comunque manda a dire a Zeus che, se Troia
si salverà, deve sapere che tra loro ci sarà «insanabile
collera» (si legga questo brano, di straordinaria
importanza, nel volume di cui qui discorriamo, alle pp.
55-56).
Qui sorge un vero
problema teologico. Quali sono i rapporti di forza tra
queste due divinità all’apparenza pari? Perché Zeus si
giova della sua prevalente forza? E viola un diritto?
Questo problema era, a ben vedere, complementare
dell’altro (che affaticherà, senza che una soluzione
venga fuori, il pensiero cristiano): perché gli dei non
impediscono il male, il trionfo del male, perché
consentono il dolore e la sofferenza del giusto?
Per i cristiani il problema è insolubile (o solubile con
qualche sofisma intorno al male a fin di bene).
Per i Greci
dell’epoca arcaica la risposta era dura, non consolante,
ma era comunque una risposta: anche tra gli dei vige la
legge del più forte, legge che - al di là della retorica
consolatoria - regna dovunque tra gli umani. Lo dicono
gli Ateniesi ai Meli, nel celebre «dialogo del carnefice
con la vittima» nel quinto libro della Storia tucididea,
onde togliere ai Meli ogni illusione: «noi riteniamo
che, a quanto si sa tra gli dei, ma certamente tra gli
uomini, in forza di una necessità (hypo physeos
anankaias), chi è più forte comanda. Non siamo noi
ad aver stabilito questa norma, né siamo i primi ad
attenerci ad essa; l’abbiamo trovata che c’era già e la
lasceremo in eredità a chi verrà dopo, per sempre».
La «insanabile
collera» che Posidone promette al fratello sopraffattore
sembra implicare che i rapporti di forza tra le due
potenti divinità potrebbero un domani cambiare. E certo
Troia, pur così cara a Zeus, non si salvò.

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