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MAGNA
MATER
Cibele,
la madre di tutti gli Dei

Plaza de la Cibeles -
Madrid
Fontana di Cibele – XVIII secolo – di José Hermosilla e Ventura
Rodríguez
Cibele, la potente divinità
anatolica che ha originato l'intero universo senza bisogno
d'intervento maschile, la madre di tutti gli Dei e, al tempo
stesso, vergine inviolata era la tipica dea della montagna, con
marcate caratteristiche oracolari e misteriche. Il
nome Cibele è un soprannome
(frigio, Kubile) derivato da una sua sede di culto. Altri
epiteti cultuali di Cibele erano: Berecinzia, dal nome di una
regione frigia, Dindimene, dal monte Dindimo, e Madre o Grande
Madre. La dea non aveva bisogno di un nome personale perché era
“la dea” per eccellenza, una specie di essere supremo femminile,
una dea sovrana, una Terra-Madre. Suoi subordinati erano un
dio-Cielo (detto talvolta Papas, Padre), un mitico essere
semidivino, Attis, e una schiera di spiriti-demoni (Coribanti).
Cibele era la dea che
si voleva caduta dal cielo sotto forma di un oggetto (una
pietra) di color nero; e da questa provenienza extraterrestre e
dal forte legame con l'elemento terra sarebbe in seguito
scaturita la richiesta ai fedeli d'incidere la pietra con fregi
e solchi, così come quella d'innalzare imponenti santuari in
luoghi spesso inaccessibili.
La dea frigia Cibele si innamorò
di Attis, fanciullo meravigliosa bellezza; la dea lo assisteva
nella caccia, assicurandogli prede abbondanti. Alle nozze di
Attis con la figlia del re Mida, Cibele fece la sua apparizione
suscitando la follia in tutti gli invitati alla festa; Attis
stesso si evirò sotto un albero di pino. La Dea addolorata,
trasformò il corpo di Attis in pino e istituì in suo onore una
festa funebre da celebrare ogni anno durante l'equinozio di
primavera.
In età ellenistico-romana i sacerdoti di Cibele, sottoponendosi
a castrazione rituale, imitavano il sacrificio di Attis.

Attis - "Amore-Attis"
di Donatello |
ATTIS da
wikipedia.org
Attis è il paredro di Cibele, il servitore eunuco che
guida il carro della dea. Il centro principale del suo
culto era Pessinunte, nella Frigia, da cui attraverso la
Lidia passò approssimativamente nel VII secolo a.C.
nelle colonie greche dell'Asia Minore e successivamente
nel continente, da cui fu esportato a Roma nel 204 a.C.
Secondo la tradizione frigia, conservata in Pausania (Perieghesis,
VII, 17, 10-12) ed in Arnobio (Adversus Nationes, V,
5-7), il demone bisessuale Agdistis sarebbe nato dallo
sperma di Zeus caduto sulla terra, mentre il dio cercava
di accoppiarsi con la Grande Madre sul monte Agdos.
Gli dei dell'Olimpo spaventati dalla forza e dalla
ferocia dell'essere lo evirarono: dalle gocce del sangue
fuoriuscito dalla ferita nacque un albero di mandorlo.
La figlia del fiume Sangarios, Nana, colse un frutto
dall'albero e rimase incinta.
Tempo dopo nacque, il 25 dicembre, il figlio che venne
chiamato Attis, in quanto fu allattato da una capra (in
frigio attagos), dopo essere stato cacciato sulle
montagne per ordine di Sangarios.
Attis crebbe e fu mandato a Pessinunte per sposare la
figlia del re. Durante la celebrazione del matrimonio,
Agdistis, innamorato del giovane, fece impazzire Attis,
che si recise i genitali sotto un pino. Cibele, madre
degli dei, ottenne che il corpo del giovane rimanesse
incorrotto.
In epoca imperiale il ruolo di Attis, la cui morte e
resurrezione simboleggiava il ciclo vegetativo della
primavera, si accentuò gradualmente, dando al culto una
connotazione misterica e soteriologica.
Ad Attis erano dedicate un ciclo di festività che si
tenevano tra il 15 e il 28 marzo, che celebravano la
morte e la rinascita del dio. Tra queste vi erano il
Sanguem e l'Hilaria. Tracce di questi culti, che presero
il nome di Attideia, sono presenti anche in colonie
greco-romane (per esempio quella di Egnazia in Puglia). |
Il culto di Cibele era caratterizzato
anche da forti
componenti sessuali, era praticato proprio nelle fenditure delle
montagne, o in profonde nicchie e lunghe gallerie: un simbolismo
che rimanda all'«antro » genitale femminile. Analoga immagine
viene evocata dal leone con la bocca aperta e la criniera in
evidenza, frequente nell'iconografia della dea in area anatolica
e in tutto il bacino mediterraneo orientale. Solo
successivamente, infatti, nel pelo leonino è stata proiettata
l'immagine raggiata della corona solare.
Altre caratteristiche
dell'iconografia di Cibele sono poi il velo (o mantello), uno
specchio, una melagrana e (come Demetra) le spighe d'orzo. Da
cui si estraeva una sostanza che serviva a preparare una bevanda
allucinogena indispensabile alle caotiche processioni dei
fedeli, avanzanti al ritmo frenetico di timpani, cembali, flauti
e tamburi. A guidare le cerimonie erano sacerdoti che dovevano
innanzitutto raggiungere l'unione estatica con la dea attraverso
il massimo distacco possibile dalle tentazioni della carne:
l'evirazione. Dopo la consacrazione, indossavano abiti lunghi di
color giallo-verde o arancione (tipicamente femminili) e si
coloravano i lunghi capelli (non li tagliavano); inoltre si
truccavano il volto (in particolare le sopracciglia) e, così
preparati (travestiti), portavano le immagini della dea nei
paesi della zona cavalcando degli asini e facendosi accompagnare
dal suono di tamburi, corni e flauti, e dal lancio di petali di
rose.
Un corteo spettacolare che serviva per attirare i fedeli, in
modo da raccogliere le elemosine e permettere ai
sacerdoti di esercitare le loro pratiche esorcistiche e
divinatorie. Nella versione più popolare, inoltre, il culto
prevedeva cerimonie assai violente, con danze di tratto
sciamanico (il vorticoso girare su se stessi che oggi conosciamo
grazie ai Dervisci), che davano vita a fenomeni di estasi e
trance, preludio alle attività profetiche, e sfociavano pure nel
ferimento dei partecipanti con lame e coltelli. Dalla Frigia il
culto di Attis e Cibele si diffuse in tutta la Grecia, sino a
giungere in Italia, caso unico di religione misterica introdotta
dall'Urbe con una delibera statale. Perché, come scrivono Livio,
Ovidio e Varrone, durante la seconda guerra punica e le campagne
di Annibale, un'interpretazione dei Libri Sibillini profetizzò
che il pericolo sarebbe stato allontanato solo portando in città
la Madre degli Dei.
Tito Livio scrive in Ab urbe condita XXIX, 10 :
"Un’ improvvisa superstizione aveva invaso la città in quel
tempo, trovato un carme nei libri Sibillini, esaminati a causa
della troppo frequente caduta di pietre dal cielo in quell’anno,
(cioè che) qualora il nemico straniero avesse portato guerra
alla terra dell’Italia, quello poteva essere cacciato
dall’Italia e vinto se la madre Idea fosse stata trasportata a
Roma da Pessinunte. Quel carme trovato dai decemviri tanto più
ammonì i senatori che, cosa che anche i legati, che avevano
portato un dono a Delfi, riferivano, e, facendo sacrifici
proprio quelli ad Apollo Fizio, tutte le cose erano state liete
e era stato comunicato dall’oracolo il responso che per il
popolo romano ci sarebbe stata una vittoria molto più grande di
quella dalle cui spoglie portavano doni. Nella sommità della
medesima speranza univano l’animo di Publio Scipione, che quasi
presagiva la fine della guerra perché aveva richiesto la
provincia dell’Africa. Perciò, affinché più opportunamente
fossero padroni della vittoria preannunciata dal fato, dai
presagi e dagli oracoli, pensava e meditava su quale fosse il
mezzo per trasportare a Roma la dea." (**)
Così, nel 204 a.C., il Senato ufficializzò
il culto della dea facendo venire da Pessinunte la cosiddetta
«pietra nera», suo simbolo, per accogliere la quale fu costruito
un tempio sul Palatino ed una festa annuale in aprile (i ludi
Megalenses). Tre secoli prima, la dea aveva fatto il
suo ingresso trionfale ad Atene, anche in quel caso introdotta da
un oracolo, quello di Delfi. Per Roma, fu anche un modo per
evitare che il fermento eversivo contenuto nel culto popolare
potesse finire fuori controllo. Con riferimento alle origini
troiane (ossia frigie) dei fondatori di Roma, i patrizi (che si
vantavano loro discendenti) la onorarono come divinità della
loro stirpe e la opposero alla plebea Cerere. Presto si
diffusero anche i misteri ellenistici di Cibele, che in epoca
imperiale presero forma di religione autonoma. Ancor oggi la donna con le torri
in testa (l'immagine di Cibele) rappresenta l'Italia. E va pure
segnalata la traccia del culto di Attis e Cibele che si ritrova
nel mondo cristiano: l'albero addobbato una volta all'anno
(allora era un pino); la castità dei sacerdoti; il rito
dell'eucarestia (mangiavano carne e bevevano il sangue del dio
«che moriva e risorgeva»). E a proposito del rito del sangue va
osservata più da vicino quella che Tertulliano definirà effusio
sanguinis, che diventa semen christianorum.
Prima del cristianesimo fu proprio la Grande Madre
a richiedere che il neofita venisse coricato in una fossa e
ricevesse una pioggia di sangue di toro (come ricorda Prudenzio).
Una cerimonia magica dalle origini remotissime che nei secoli si
trasformò da rito propiziatorio in purificazione iniziatica, un
mistero di trasformazione che rimanda a un'altra grande divinità
che ha segnato non poco il cristianesimo: il dio Mithra.
__________________________
(**)Tito Livio, Ab urbe condita, XXIX, 10
civitatem eo
tempore repens religio invaserat invento carmine in libris
Sibyllinis propter crebrius eo anno de caelo lapidatum inspectis,
quandoque hostis alienigena terrae Italiae bellum intulisset eum
pelli Italia vincique posse si mater Idaea a Pessinunte Romam
advecta foret. id carmen ab decemviris inventum eo magis patres
movit quod et legati qui donum Delphos portaverant referebant et
sacrificantibus ipsis Pythio Apollini omnia laeta fuisse et
responsum oraculo editum maiorem multo victoriam quam cuius ex
spoliis dona portarent adesse populo Romano. in eiusdem spei
summam conferebant P. Scipionis velut praesagientem animum de
fine belli quod depoposcisset provinciam Africam. itaque quo
maturius fatis ominibus oraculisque portendentis sese victoriae
compotes fierent, id cogitare atque agitare quae ratio
transportandae Romam deae esset.

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