Il
mitologico FICO
Dalla
pagina "Dissertazione
sul fico" ho stralciato ciò che interessa la
mitologia.
Nella
mitologia egizia,
ci riferiamo al sicomoro (ficus sycomorus), pianta presente in
particolare nell'Africa Orientale e, soprattutto, in Egitto.
Con l'arrivo della primavera, l'Uovo cosmico (plasmato da Ptah e
da lui deposto sulle rive del Nilo) si apriva e ne usciva
Ra/Osiride, il Sole.
Il fiume viveva in simbiosi col dio del sole.
Recita infatti il "Libro dei Morti" (celebrando il perpetuo
rigenerarsi della vita, la resurrezione di tutte le cose
caduche): "Cresce, io cresco; vive, io vivo".
Finalmente cessava il pianto di Iside (sempre alla ricerca del
suo amato Osiride) e, per festeggiare la fine del suo dolore, si
mettevano in scena gli episodi del mito di Osiride, culminanti
nella resurrezione del dio, che avveniva quando dalle zolle alla
base del sicomoro sacro iniziavano a spuntare i germogli di
grano e orzo. Il fico sicomoro era insomma considerato un albero
cosmico assimilato alla fenice.
Era reputato quindi simbolo di immortalità, di vittoria sulla
morte, di rinascita dalla distruzione.
Era, in altre parole, l'Albero della Vita.
Il suo succo, inoltre, era prezioso perché si riteneva donasse
poteri occulti e il suo legno (come abbiamo già visto) era usato
per la fabbricazione dei sarcofagi: seppellire un morto in una
cassa di sicomoro significava reintrodurre la persona nel grembo
della dea madre dell'albero, facilitando così il viaggio
nell'aldilà.
Nel "Libro dei Morti", infine, il sicomoro è l'albero che sta
fuori dalla porta del Cielo, da cui ogni giorno sorge il dio
sole Ra.
Esso inoltre era consacrato alla dea
Hathor, chiamata anche la "dea del sicomoro". La dea Hathor
appare sotto forme diverse. Dea madre, feconda e nutrice, Hathor
abita gli alberi ed è la "signora del sicomoro del sud", a
Menfi; ma è anche la "signora dell'occidente", ossia la signora
del regno dei morti.
Un ultimo accenno infine al fico sicomoro nella numerologia. Il
sicomoro è legato al numero 9, il numero tre volte sacro
(3x3=9), il numero dell'Amore Universale. Rappresenta l'immagine
completa dei 3 mondi: materiale, psichico e animico ed è simbolo
di verità totale e completa (il 9 moltiplicato per qualsiasi
altro numero dà un prodotto le cui cifre sommate tra loro danno
ancora 9).
In Grecia, il fico
era sacro a
Dionisio e, soprattutto, a Priapo, il dio lubrico della
fecondità.
A Roma era sacro a
Marte, vero fondatore della città eterna in quanto si
sostiene che Romolo e Remo siano nati proprio dalla sua unione
con Rea Silvia, dopo che il dio della guerra aveva posseduto con
la forza la giovane vestale di Alba Longa.
Essendo prole illegittima, i gemelli vennero quindi strappati
alla madre per essere uccisi. Ma un servo pietoso li sottrasse a
morte sicura adagiandoli in una cesta, che fu affidata alle
acque del Tevere.
Trasportata dallo straripamento del fiume, la cesta si fermò in
una pozza sotto un fico selvatico, all'ombra del quale Romolo e
Remo furono allattati dalla lupa. Secondo alcune fonti, il fico
si ergeva alle pendici del colle Palatino, nei pressi della
grotta chiamata Lupercale, mentre nell'iconografia è spesso
rappresentato con un picchio appollaiato sui suoi rami. Esso fu
chiamato "fico ruminale".
L'etimologia dell'epiteto "ruminale" non è chiara e su di essa
fin dall'antichità molti autori classici (tra cui Plinio il
Vecchio, Tito Livio, Varrone, Plutarco e Dionigi di Alicarnasso)
hanno formulato varie interpretazioni.
Secondo alcuni deriverebbe dal latino "ruma" (mammella); secondo
altri, al contrario, il fico prese il nome da Romolo, tant'è che
gli stessi autori latini lo chiamavano talvolta "ficus Romularis".
Altri, infine, ipotizzano un'etimologia etrusca.
Ad ogni modo, fin dall'antichità, il fico fu collegato alla
fondazione di Roma e considerato un albero fausto. Era venerato
soprattutto dai pastori, che vi si recavano con offerte di
latte.
Più tardi vennero create due nuove divinità, Jupiter Ruminalis e
Rumina, la dea dei poppanti presso i Romani. Essa veniva
venerata in un tempio vicino al fico sotto cui (seconda la
leggenda appunto) Romolo e Remo vennero allattati dalla lupa.
Sebbene il fico ruminale fosse, in origine, solamente quello in
riva al Tevere presso il quale si era fermata la cesta con i
gemelli abbandonati, nel corso dei secoli successivi (e fino in
epoca imperiale) altri alberi di fico furono oggetto di
venerazione, talvolta con l'epiteto di "ruminale".

Il fico ruminale sul verso di
una moneta da un denario
(sul rovescio vediamo, da sinistra a destra,
Faustolo, la lupa con Romolo e Remo e, nello sfondo, il fico
ruminale, su cui è appollaiato un picchio)
Tra questi il fico navio (Ficus navia), che
(secondo la leggenda) sorse spontaneo in un luogo colpito da un
fulmine (Plinio, Nat. Hist. 15.77). Oppure nacque da un virgulto
del fico ruminale, ivi piantato da Romolo. Lo stesso albero
sarebbe poi stato trasferito dal sito originario al Comitium.
La Repubblica Romana - giova ricordarlo - investiva i poteri
formali di governo in quattro separate assemblee: i Comitia
Curiata, i Comitia Centuriata, i Comitia Populi Tributa e il
Concilium Plebis.
E se Tito Livio afferma che nel 296 a.C. gli edili Gneo e Quinto
Ogulnio avevano eretto "ad ficum ruminalem" un monumento che
rappresentava i gemelli e la lupa, Ovidio racconta che alla sua
epoca (43 a.C. - 18 a.C.) del fico non rimanevano che le
vestigia.
Plutarco e Plinio narrano invece che un fico fu piantato nel
Foro Romano in quanto ritenuto di buon auspicio e che, ogni qual
volta la pianta moriva, veniva prontamente rimpiazzata con una
nuova. Tacito aggiunge che nel 58 d.C. l'albero "ruminale"
iniziò a inaridire. Ciò fu visto come un cattivo presagio, ma la
pianta risorse con gran sollievo della popolazione.
Se la pianta infatti si seccava, ci si potevano aspettare le
peggiori sciagure pubbliche (per questo i sacerdoti avevano cura
di piantarne sempre una nuova).